lunedì, 29 giugno 2009
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
 

(Montale, Non chiederci la parola, da Ossi di Seppia)

Scritture - Anna BoschiEra notte fonda quando cominciavo a scrivere cercando di ascoltare il rumore delle parole sulla carta, lo scorrere veloce e sussurrante di memorie e sentimenti espressi con l’impeto e la timidezza dei primi immaturi abbozzi poetici.
Intorno il buio. Solo il cono di luce di una lampada sullo scrittoio di vecchio legno nel silenzio, restituiva il colore blu dell’inchiostro a tutte quelle parole che andavano semplicemente troppo spesso a capo.
Parole che si organizzavano da sole in un unica e irripetibile trama disegnata in maniera imprevedibile dal vago desiderio di invenzione che trasformava il suono sommesso dello scivolare sulla carta, della penna e della mano, nell’immaginario sussurrio della musa dell’oscurità.
Non sento quel fruscio da molto tempo. È una musica che si ascolta ormai difficilmente, soppiantata dal ticchettio frenetico di tastiere noiose e plasticose .
Ma i segni che riempivano fogli e quaderni, quelli miei e quelli visti e scartabellati di antenati, su pagine ingiallite e fitte di grafie antiche ed eleganti, li ho ancora negli occhi e nel cuore e, probabilmente, non voleranno mai via dalla memoria e la memoria da essi: scripta manent.
Lo scritto rimane, ma anche mantiene in sé i ricordi, li custodisce, li accompagna attraverso lo scorrere del tempo.
Li porto dentro, quei segni, come icone di un’altra vita, di un’epoca in cui i tratti dei sentimenti venivano fissati di proprio pugno e tradivano emozioni e stati d’animo, decisioni e insicurezze non demandate all’informatica, non nascoste sotto l’anonimía seriale di uno short message.
Li porto dentro e li sento ancora linee di confine fra il dentro e il fuori che de-marcano, unendoli in quell’istante che solo la scrittura è capace di eternare, nella sua unicità.
Suggestioni lontane e forse inutili alla modernità.
 
L’arte contemporanea spesso persegue l’intento di comunicare in maniera universale o, per lo meno, non univoca, nella ridondante ricerca di un messaggio che è già tipico della fruizione estetica di per sé: creando talvolta soltanto confusione, ambiguità, doppiezza, in una moltiplicazione delle significazioni possibili, senza senso.
Tuttavia la ricerca di nuove sintesi comunicative attraverso consolidati strumenti espressivi si spinge a volte verso la realizzazione di opere totali in cui i materiali propri dell’arte si fondono con i segni quotidiani in una rinnovata e funzionante estetica del linguaggio.
È il caso di artisti come Anna Boschi che attraverso una raffinata sensibilità ed un innato equilibrio formale riesce, attraverso l’uso sapiente del significante grafico, a dare nuovo significato a questo antico legame fra scrittura e opera d’arte.
Al contrario dell’atto archetipo dello scrivere che pur nascendo sottoforma di gesto artistico ha dei referenti semantici ben precisi (come ad esempio i geroglifici), il gesto artistico della Boschi, come degli altri artisti che incontreremo in queste pagine, diventa segno iconico il cui significato non si esaurisce nella relazione con ciò che indica o da cui nasce, ma si carica di nuovi contenuti, sempre più profondi, ogni qualvolta viene fruito: il significato rimbalza continuamente sul significante e si arricchisce di nuovi echi (Eco, 1976, pag.84).
È una sintesi originale che non si consuma in una semplice giustapposizione di elementi, ma si realizza in una forma ben riuscita da cui emerge un progetto comunicativo sicuramente di grande efficacia: è ciò che Eco già nel ’62 chiamava Opera Aperta applicando la teoria dell’informazione all’estetica.
 
Ma il forte contenuto estetico non offusca in questo caso il valore etico di cui l’opera d’arte si fa portatrice, (come vuole sostenere chi tenta di affibbiare all’arte una funzione di mera rappresentazione), ma diventa addirittura mezzo che ci agevola nel trascendere la superficiale degustazione del bello-inutile continuamente propagandata dalla società consumista, per darci una nuova chiave interpretativa di quei valori che nascono nell’interiorità dell’artista, ma che attraverso i segni continui della scrittura divengono filo di sutura delle ferite inflitte alla nostra sensibilità dalla futilità dei messaggi da cui quotidianamente siamo trafitti.
 
Non parliamo, quindi del segno certo della retorica pubblicitaria, della formula perfetta che può aprirci qualsiasi porta del mondo dell’immagine, ma del tratto malfermo della mano sul foglio o sulla tela, della scrittura che non copre ma rende trasparente il messaggio di un artista, della parola che solo ci può dire ciò che non siamo, ciò che non vogliamo...
 
GF
Articolo pubblicato su con-fine - Trimestrale di Arte&Cultura - Anno 1 Numero 3 - Settembre 2006 - pag. 6
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lunedì, 22 giugno 2009
Acqua - Alessandro PapettiNegli anni dell’adolescenza amavo (come molti, a quell’età) passeggiare liberamente sotto la pioggia.
Ma, al di là di uno stupido gesto anticonformista, cercavo un più profondo legame con qualcosa che è parte di noi, che ci tiene in vita, che vive dentro di noi.
Quell’acqua che sentivo filtrare attraverso i vestiti la pelle le ossa, mi metteva in relazione profonda con i muri di tufo e i giardini che mi circondavano carichi di umori, con la terra che calpestavo, con il cielo che la mandava.
Cercavo di sentirmi parte di questo ciclo eterno e avrei voluto seguirne il viaggio scomparendo in quei rigagnoli che si formavano fra i basoli sotto i miei piedi. Mi sarei lasciato assorbire dalle piante diventando loro nutrimento o evaporando da una pozzanghera di ritrovata quiete allo spuntare del nuovo sole. Avrei viaggiato ancora tra le nubi che prima o poi mi avrebbero risbattuto in un torrente e poi in un fiume e poi in mare, nella riunione eterna, nel ritorno all’indifferenziazione, nell’accesso al Nirvana. Avrei volato ancora con le nubi, evaporando dalla massa salata, ritornando al Principio, e poi giù ad infiltrarmi nel sottosuolo per alimentare la gigantesca spugna terrena e rifornire i pozzi e gli acquedotti degli umani. Bevuto o usato, scaricato nei meandri di mille percorsi fognari tra ratti sapienti e pneumatici e ruggine e vetri, di nuovo in mare, abusivo e inquinante fra bagnanti ignari, per poi evaporare di nuovo e piovere ancora su di me e sui miei pensieri in una notte di pioggia senza gusto ne’ colore.
 
Siamo acqua che scorre, nasciamo da acqua che scorre.
L’acqua è l’arché, il liquido amniotico che genera tutte le cose. La corrente delle acque è la corrente della vita e della morte che sgorga dalla Palude della Memoria, sorgente della conoscenza, luogo sacro del sapere.
 
Ma da bravi figli dell’epoca nuova non rispettiamo la nostra genitrice e ne facciamo scempio, spreco, lasciandola spesso agonizzare in letti luridi e spogli.
Ogni anno muoiono oltre due milioni di persone per malattie causate da acqua inquinata, abusata soprattutto da ‘noi occidentali’, da ‘noi del nord del mondo’ che ne stiamo sottovalutando o, addirittura, dimenticando il valore.
Non ne perdono la memoria certo i nomadi del deserto, capaci di lavarsi completamente con il contenuto di una sola bottiglia.
Nel nostro quotidiano gli sprechi sono divenuti la prassi, la disattenzione e l’indifferenza un’attitudine.
In un futuro non tanto remoto (circa vent’anni) la quantità media di acqua disponibile procapite diminuirà di un terzo rispetto ad oggi, e questo concorrerà ad appesantire il bilancio della fame nel mondo.
Ma a chi importa?
Chi rinuncia al consumismo di lavastovoglie lavatrici autolavaggi pluriquotidiani? A chi interessa (salvando l’impegno di alcuni ambientalisti e di chi si sforza di vivere la sua vita in maniera ‘etica’) come risparmiare? E di modi ce ne sarebbero tanti…
 
Mi venne di pensare a mia madre, con i capelli dentro il fazzoletto blu. Pur con l’acqua corrente in cucina ne adoperava poca in ricordo della scarsità. Ci sono dei risparmi che si radicano nei gesti e quando non sono più necessari lasciano una misura esatta come una regola. Le tenevo compagnia dopo il pasto mentre rigovernava in cucina, aprendo e chiudendo il rubinetto innumerevoli volte, mai lasciando scorrere a vuoto. (Erri De Luca, 1992). 
 
Ci stiamo sradicando dalla misura, dai ricordi, dal passato. Eppure discendiamo da culture che hanno sempre avuto reverenzialità nei confronti dell’acqua.
La sacralizzazione delle sorgenti era un valore universale fra i popoli antichi poiché da esse scaturisce l’acqua viva, l’acqua vergine da cui si realizzala prima rivelazione della materia cosmica fondamentaleche garantisce la fecondazione e la crescita della specie.L’acqua viva che esseversano è, come la pioggia, il sangue divino, il seme del cielo. È un simbolo della maternità, ma di una maternità anche interiore, un’immagine dell’anima in quanto origine dell’energia spirituale.
Anche la pioggia, quindi, è fecondatrice del suolo, sperma della vegetazione che ha bisogno di essa per crescere, ma come simbolo delle influenze celesti sulla terra: Dio manda un angelo in ogni goccia di pioggia (Islam).
Acqua che puniva attraverso i diluvi, acqua che premiava e che dava nutrimento. Acqua che non aveva ancora visto disboscamenti e canalizzazioni forzate, acqua che scorreva in superficie con la necessaria lentezza. Acqua che proteggeva il territorio, acqua ignara dell’ignoranza dell’uomo moderno dalla sensibilità cementificata. Non c’è più posto per gli Angeli fra le aiuole spoglie delle lottizzazioni e delle speculazioni edilizie.
Purtroppo qualcosa sembra essersi incrinato nell’armonia idrogeologica del pianeta e nel rapporto uomo-natura e, probabilmente si è varcata la soglia del non ritorno. Tragedie come quella del Vajont o di Sarno ne sono la prova. E la colpa non è della pioggia, ma solo dell’uomo.
 
E l’Arte?
È fatta da uomini e purtroppo spesso ne subisce i limiti, rimanendo nella maggior parte dei casi a guardare, o sterilmente riducendosi a denunciare e riprodurre ciò che è sotto gli occhi di tutti. Salvo rinchiudersi addirittura in una cinica estetica indifferenza.
 
È forse vero, come sostengono alcuni, che nell’arte contemporanea è il dolore la fonte primaria di ispirazione dell’artista, incapace di proporre felicità, ma solo disagio.
Ma parafrasando Esiodo potremmo dire che l’Arte è l’acqua del fiume dal corso eterno e chi lo attraversa senza purificare le mani dal male di cui esse sono macchiate, attira su di sé la collera degli dei.
Sarebbe, allora, il momento che l’Artista imparasse a risolvere dentro le sue paure, restituendo al mondo certezze etiche ed estetiche, sollevandolo dalla precarietà di un’esistenza priva di valori: l’Arte, fiume purificato dagli scarichi, vero farmaco, dono celeste per gli occhi, come l’acqua capace di sciogliere con pazienza qualsiasi sostanza, scorra sulle colpe e sulle brutture purificando e operando una rinascita dall’arte, per sfociare nel mare del rinascimento delle idee e delle esperienze.
 
Lo scorrere delle acque è lo scorrere delle forme che deve essere capace di rendersi veicolo di contenuti etici non inquinati, riuscendo a mantenere una inequivocabile trasparenza e una freschezza tale da farsi portatrice di una nuova concezione che rimuova l’uomo dal suo ‘centro’ e restituisca una visione policentrica della realtà, superando i suoi stessi limiti culturali.
L’Arte quindi deve esprimere posizioni morali esplicite che non parlino solo di noi stessi a noi stessi, in un continuo e autoreferenziale antropocentrismo, ma che abbiano in un nuovo sistema etico-estetico, una visione cosmica della realtà. Pena la sua stessa dignità di esistere.
 
GF
Articolo pubblicato su con-fine - Trimestrale di Arte&Cultura - Anno 1 Numero 2 - Giugno 2006 - pag. 6
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mercoledì, 17 giugno 2009

Andrea Maioli - PassaggiLa raffinatezza degli scatti di Maioli (vedi rubrica Passeur su con-fine n.13 - Marzo 2009, n.d.r.) ha trovato sicuramente la giusta dimensione espositiva in questa mostra alla Galleria l’Ariete di Bologna.

Il percorso, articolato sui due piani della Galleria, è una scansione di istanti, un incontro di sguardi, quello dell’artista e quello dello spettatore che insieme si avviano alla ricerca di se stessi, nello scontro fra pensiero ed emozione, realtà e suo segreto (come sottolinea Pier Damiano Ori nello scritto introduttivo).
Ma ritenere che Maioli sia un paesaggista urbano è quanto mai riduttivo: il suo fine non è il ritratto di un luogo o la bella fotografia di un ambiente; no, Maioli usa la fotografia come mezzo d’indagine estetica da un lato, interiore e quindi se vogliamo umana, da un altro.
La ricerca di Maioli è interessante anche perchè non si fossilizza sulla iconicità o su una riconoscibilità forzata della sua opera. Non cerca la serialità ma la libertà. E questo coraggio-incoscienza è sempre più raro in un artista contemporaneo, come rara è l’umiltà di sottrarsi al ruolo di personaggio pubblico, per essere giudicato esclusivamente in base alla sua istintiva ricerca privata.
Pesante e forse un po’ forzata è la soluzione light box, che contrasta e distoglie troppo l’attenzione dalla delicatezza quasi romantica dei colori dei lavori riprodotti su forex. Di grande impatto cromatico e materico (seppure nelle dimensioni ridotte) sono le opere su alluminio, dove la raffinatezza estetica dell’opera trova il miglior compimento possibile nella leggerezza del supporto e nell’eccezionale resa della stampa lambda.
Peccato soltanto per la mancanza di una degna pubblicazione che coronasse criticamente questo interessante e promettente percorso.
GF
Recensione pubblicata su con-fine - Trimestrale di Arte&Cultura - Anno 4 Numero 14 - Giugno 2009 - pag. 6
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